Rivista di Caserta, News, Economia a cura di Nando Silvestri

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Articoli pubblicati sui media campani e nazionali, quali Corriere della Sera, Il Giornale di Caserta, Casertaweb, Intopic ecc.

Emergenza randagismo in provincia di Caserta: il monito di "Dog's Town" di Pignataro

Assieme agli innumerevoli sprechi e ai bagordi delle feste natalizie appena concluse si sono consumate pletore di vezzi e capricci in odore di irresponsabile opportunismo, come quello di acquistare cani  di tutte le taglie, criminosamente scambiati per videogames in carne ed ossa. Profittando dell’indole umanizzabile degli affettuosi quadrupedi molti genitori hanno pensato bene di riscattare le proprie manchevolezze, la meschina ipocrisia che profondono quotidianamente nei loro approcci relazionali ricorrendo alla sponsorizzazione dell’essere vivente più benevolo ed affine all’uomo, il cane. E’ quasi impossibile definirlo “animale” tenuto conto che nella sconfinata lealtà del cane non c’è minima contezza, né remoto sospetto del suo successivo abbandono in strada, alla stregua di un rifiuto ingombrante, con il sopraggiungere delle vacanze estive e dell’ idiozia del suo stolto padrone. L’onore del cane, come è noto, si estrinseca mediante la sua ineffabile fedeltà cameratesca, irreprensibile come la sua devozione incondizionata al padrone, qualunque sia la sua condizione umana e sociale. E’ per questo, in buona sostanza, che la nefasta avversione maturata dall’uomo dopo aver ripulito ad arte la sua coscienza con l’affezione perenne dell’animale non rientra nelle  più distanti aspettative del cane. La piaga del randagismo, che imperversa da tempo immemore in gran parte della provincia di Caserta e della Campania rivela, purtroppo, la bieca barbarie di un popolo corrotto dal mercimonio e contaminato dai disvalori della sua morale. Una morale svenduta sempre più spesso al miglior offerente scendendo a patti con la sottocultura di masse votate ai vessilli dell’apatia, dell’alienazione e dell’individualismo becero. Chi compera un cane nell’area di Terra di Lavoro, spesso, non è animato dallo spirito di amorevole condivisione o da benigne propensioni olistiche ma, piuttosto, da spinte speculative attivate con l’intento di  innalzare le sue quotazioni nella “borsa” delle umane miserie e quella delle nefandezze prescritte dall’ utilitarismo. Poco importa che esso induca scempiaggini come i combattimenti clandestini o gli orrori di cani dati in pasto ai loro simili per innalzarne l’aggressività e la posta nelle scommesse illegali. La mostruosità con la quale gli individui pianificano il proprio interesse sulla pelle di animali inermi ed impotenti riempie il vuoto ancestrale delle frustrazioni più profonde dell’uomo e blandisce le imbarazzanti vibrazioni della sua crassa e fragorosa inettitudine. La sorte di molti cani è, dunque, segnata  dall’utilizzo che alcuni parassiti senza dignità ne fanno per farsi rimborsare  da enti pubblici ed assicurazioni cospicue rimesse, simulando collisioni fittizie delle proprie vetture con gli animali reclutati ad hoc per il risarcimento. Altri cani sono, invece, destinati a vagare su arterie a scorrimento veloce, rampe e viadotti in preda allo spavento ed alla disperazione più atroce, finendo per mettere a repentaglio la vita propria e quella degli ignari automobilisti. L’appello che il dottor Giovanni Ferrara, guardia zoofila referente di “Dog’s Town” (la città del cane sita a Pignataro Maggiore-ce) rivolge a tutti i cittadini attraverso Raitre e gli altri media è un accorato  e sentito slogan, vincolante ed impegnativo per l’intera società civile: “Io Non Sono Un Peluche”. Il dottor Ferrara, stimabile, sensibile, instancabile e alacre alfiere della tutela faunistica campana sottolinea, unitamente ai suoi rutilanti collaboratori, che l’adozione di un cane è un gesto nobile ed edificante, capace di restituire gioia e dignità ad un animale davvero speciale ed al suo possessore. Un cane non ha bisogno di mascherine dorate, né dei clamori assordanti di un luna park per colorare emozioni e fantasie senza tempo di grandi e piccini. Un cane è figlio unico dell’ombra del suo padrone che innalza quotidianamente come se fosse un trofeo da esibire orgogliosamente alla vita. Un cane restituisce un senso profondo ai  passi di chi lo ama, anche quando  non c’è più terra da calpestare, perché il suo unico sogno è la realtà di chi si riconosce nei suoi sguardi minuziosi. Come ha avuto modo di sottolineare il dottor Ferrara ai microfoni di Geo Nocchetti (TGR Raitre) “i cani di tutte le razze che sono stati oggetto di regali natalizi non sono peluche destinati allo spasso temporaneo di adulti e ragazzi, né tantomeno le appendici ludiche della volubilità umana, ma parti integranti delle nostre relazioni quotidiane e degli spazi vitali che l’uomo destina a se stesso e ai suoi simili”. “Il Rifugio per cani abbandonati di Pignataro, Dog’s Town” dichiara il dottor Giovanni Ferrara, “costituisce un presidio di imprescindibile valore per i circa 700 amici dell’uomo a 4 zampe ospitati e meticolosamente accuditi che aspettano solo di essere adottati da persone di tutte le età dotate di minime dosi di buonsenso e schietta riconoscenza”. Le emozioni che un cane od un altro animale che ne emula i tratti caratteriali può donare ad un essere umano sono incommensurabili come la vita stessa, la Natura ed il Libero Arbitrio. “Chiunque abbandoni un cane è passibile di ammenda per diverse migliaia di euro e sanzioni penali”, rammenta il dottor Ferrara riferendosi alle disposizioni giuridiche vigenti. A tal proposito, va aggiunto senza farne troppo mistero che anche la scuola è complice delle empietà e delle scelleratezze che l’uomo concepisce ai danni del cane e degli animali più in generale, perché non  esistono in buona sostanza, indirizzi educativi di merito. Difatti, i programmi di tutti gli ordinamenti didattici non prevedono la feconda disciplina dell’Educazione Civica, caduta purtroppo in desuetudine secondo le sciatte e spesso esecrabili disposizioni istituzionali susseguitesi negli ultimi tempi. Uno Stato che deroga i crismi della civiltà glissando sui precetti da inculcare rigorosamente nei suoi giovani cittadini riesuma e legittima l’era di primitivi e cavernicoli storditi, tuttavia, dalla democrazia.  Ma, a parere di chi scrive, maltrattare un cane equivale a disprezzarne l’ attaccamento incondizionato, un dono divino che affrancherebbe l’uomo dall’abominio della sua  torva mediocrità e dalla sua ridicola protervia drogata di qualunquismo e delirante sommarietà.

Incertezza finanziaria: l'unica certezza del 2019 (Gennaio 2019)

Inizio d’anno travagliato e  turbolento per le borse di tutta Europa e di buona parte del globo: i mercati finanziari rivelano un clima d’incertezza che molto probabilmente si  protrarrà a lungo. Abituamoci, dunque, all’insicurezza che sembra, almeno per ora, una costante presente in tutte le economie, specie in quelle più fragili come la nostra. Cosa sta accadendo?

In definitiva stanno venendo meno tre megalitiche costanti che accompagnano i sistemi economici sin dalla crisi scoppiata nel 2008, quella del credito interbancario, per intenderci ( detta del credit crunch). La prima è la profusione di enormi quantità di liquidità e delle migliaia di miliardi immesse in circolazione per effetto delle politiche monetarie espansive protese all’ossigenazione dell’economia, asfissiata dalle incertezze pregresse e dalle sofferenze bancarie. Si assiste, infatti, ad una vera e propria inversione di tendenza che suscita non poche perplessità e preoccupazioni diffuse. La Federal Reserve, la banca centrale americana, sulla base di rassicuranti livelli produttivi ed occupazionali ha iniziato un vistoso cambiamento articolato attraverso rialzi del tasso di interesse e politiche monetarie restrittive. Anche in Europa si aprono nuovi scenari in vista di una massiccia riduzione della quantità di moneta immessa in circolazione  dalla BCE riconducibile alla fine del QE (Quantitative Easing: vedi articolo precedente) dello scorso dicembre, la manovra di espansione monetaria di tipo non convenzionale. I tassi di interesse negativi, del resto, non possono protrarsi ad libitum: la curva della liquidità monetaria LM (parallela alle ascisse), è scesa fin troppo nel quadrante negativo: ciò implica un problema di credibilità finanziaria da affrontare prima o poi. Basti ricordare che lo stesso J.M. Keynes (Teoria Generale) aveva più volte espresso profondi toni di scetticismo proprio rispetto alla utilità della politica monetaria, soprattutto per quanto concerne la reattività degli agenti economici e dei mercati, piuttosto aleatoria.

Il secondo pilastro sul quale si è sostenuta l’economia sinora e che attualmente preconizza elementi di sgretolamento e autofagocitazione è la politica adottata dai singoli stati: dapprima accomodante e stabilizzante, successivamente ondivaga ed altalenante. Basti pensare alla Brexit, la cui procedura di andamento  è ancora distante da profili rassicuranti per l’intera UE. Difatti, non è ancora chiaro il meccanismo di uscita dall’Unione della Gran Bretagna e neppure il suo effettivo verificarsi: gli effetti di una uscita eventuale sulle politiche comunitarie e su quelle adottate di riflesso dai singoli stati non costituiscono scenari agilmente vaticinabili. Neppure la scadenza del mandato di Mario Draghi a capo della Banca Centrale Europea, prevista per l’anno in corso delinea prospettive stabili per il Bel paese, in pieno marasma da politiche contraddittorie e di affondo sulla spesa corrente (reddito di cittadinanza e quota cento).

Il terzo ed ultimo baluardo della stabilità economica attualmente in caduta libera come i due precedentemente argomentati è la crescita economica che, dalla seconda metà del 2017 sembra subire una drastica battuta d’arresto in tutto il mondo, pur avendo affiancato l’economia dei maggiori paesi, sin dal 2012-

A parere di chi scrive, andrebbero aggiunti ulteriori elementi di riflessione che non migliorano certo la posizione dell’Italia in relazione al suo cronico scadimento di fronte a possibili shock esterni. Come asseriva l’economista Robert Mundell, le conseguenze di uno shosk esterno sulle aree monetarie comuni sono sicuramente più insidiose e dirompenti per i paesi con curve di costo più alte, come l’Italia. Il nostro paese, è il caso di rammentarlo, boccheggia per il suo basso livello di produttività, soprattutto per quanto afferisce alla Pubblica Amministrazione e alla formazione, un binomio che innalza notevolmente spese ed oneri. A questo deficit cronico incardinato su componenti di parassitismo istituzionale diffuso che costano all’economia ed ai contribuenti conti sempre più salati, va aggiunto, infine, il pasticcio del governo giallo verde che, nell’ultima manovra, penalizza imprese e lavoratori dipendenti apponendo una pesante ipoteca su consumi ed  investimenti. Si tratta, in realtà, di una manovra i cui contenuti necessitano di ben 161 decreti di attuazione affinchè diventino operativi, molti dei quali dedicati al famigerato reddito di cittadinanza, la cui uniche certezze sembrano essere sommarietà e approssimazione enti nei tassi di scoperto di conto corrente già usurari, nei già vampirici prelievi coattivi e nelle micidiali spese di commissione per consulenze e deleghe. Tutti i rapporti con le banche sono in definitiva destinati a sottendere onerosi profili e destabilizzanti ipoteche sui quali la politica spicciola, fomentata dagli inutili sofismi universitari, finge di sorvolare glissando a proprio uso e consumo nella omertosa rassegnazione collettiva.

 

a studiata nelle università fondata sul ruolo basale delle banche nell’attivazione delle attività imprenditoriali e dei meccanismi di equilibrio reale sottesi all’uguaglianza fra risparmi ed investimenti è rimasto ben poco. Ancora meno si approfondiscono le disfunzioni finanziarie predette, subordinando in qualche modo la conoscenza della realtà empirica a formule asettiche, capricci accademici e mezze verità studiate dalla committenza.

 

Inflazione nascosta, gli asset spiazzano l'economia reale

Alla fine di dicembre dovrebbe terminare la misura non convenzionale di politica monetaria espansiva predisposta dalla BCE per iniettare liquidità nell’economia. L’acquisto di enormi quantità di titoli di Stato ha spinto nel quadrante negativo la curva della liquidità monetaria (LM) e non é affatto escludibile che dalla manovra non derivino spinte inflazionistiche. Ma di quale inflazione potrebbe trattarsi?

 

I testi universitari e i mezzi di informazione convenzionale parlano fugacemente dell’inflazione, sviluppandone solo alcuni aspetti tradizionali quali, l’eccesso di domanda globale (inflazione da domanda), l’aumento dei costi delle materie prime (inflazione da costi e inflazione “importata”) ed i legami immodificabili (inflazione strutturale). In ogni caso la distorsione finanziaria in oggetto si palesa con l’aumento generalizzato dei prezzi contemplato, peraltro, anche nella teoria monetarista, secondo la quale un eccesso di moneta in circolo genera un depauperamento del potere di acquisto della moneta stessa. La coesistenza di inflazione e disoccupazione produce, invece, la cosiddetta stagflazione, ovvero un mix dirompente che induce stagnazione ed arretratezza. Del resto, un livello minimo di inflazione (2,5% circa) è sempre compatibile con un incremento della ricchezza nazionale: i prezzi non possono che aumentare di fronte ad un innalzamento del reddito nazionale (inflazione strisciante). Da poco più di un decennio è invece stato coniato il termine “agflazione”, ovvero l’incremento dei prezzi indotto da commodities, materie prime e fattori provenienti dal settore agricolo. Ma l’accezione dell’inflazione più insidiosa, a parere di chi scrive, è quella da strumenti finanziari, detta anche asset inflation. Si tratta di una sorta di “inflazione nascosta”, poco percettibile e non sempre facilmente distinguibile a valle del sistema economico. Essa, in definitiva, è riconducibile alle esondazioni dei prezzi (corso) di titoli ed azioni. Il veicolo di trasmissione del suindicato concetto di inflazione è rappresentato presumibilmente dalle banche che, invece di trasferire all’economia reale le proprie risorse, le traslano alla finanza, acquistando una mole di strumenti finanziari di tutte le forme e partecipazioni privilegiate in ampi progetti finanziari ad elevato potenziale remunerativo. Non certamente così redditizio per le imprese che, invece, restano praticamente a digiuno di fidi e finanziamenti per i propri programmi di assunzione, ampliamento, investimento e produzione.  Lo stesso acquisto di titoli di Stato mediato dalle banche commerciali attraverso il credito della Banca Centrale Europea e quello interbancario funge da presidio di garanzia per le scorribande delle stesse banche all’interno di transazioni, compravendite di titoli ed assets. Non è un caso che il primo consiglio elargito ai correntisti sia sempre quello di trasferire la propria liquidità in fondi, obbligazioni e titoli emessi dalla stessa banca più che in soluzioni di deposito, rifilando alla clientela una consulenze dagli oneri a dire poco iperbolici, per questo definita “evoluta”. Evoluta in cosa se non nell’intento di immagazzinare denaro destinato alla capitalizzazione delle proprie rendite? Nulla accade per caso. Quanto precisato potrebbe spiegare il tornaconto delle famigerate agenzie di rating che declassano i conti dei paesi in difficoltà allo scopo di evitare che il deprezzamento dei loro titoli del debito pubblico scalfisca in qualche modo la ricchezza che le banche hanno totalizzato accumulandone quantità siderali nei propri forzieri. Si tratta in buona sostanza delle stesse agenzie di rating che qualche tempo fa accreditavano presso i risparmiatori titoli e conti di aziende e banche  successivamente fallite, o salvate dallo Stato, decantando solidità immaginifiche collocate a metà strada fra panzane e deliri. Difatti,  le banche preferiscono andare sul sicuro detenendo strumenti finanziari comunque rivendibili sul mercato secondario e, per questo, sono disposte ad acquistare anche titoli di Stato a rendimento negativo, tenuto conto del loro solidissimo valore di scambio. Un governo che rivendica sovranità sulla propria economia o su parte di essa si configura, di fatto, come una insidiosa mina vagante in grado di imporre una marchiana ipoteca sugli affari delle banche e sul valore dei titoli di Stato che esse fagocitano voracemente. L’UE, fondamentalmente basata su crismi di mercantilismo spiccatamente liberista, avalla le dinamiche succitate minacciando gli stati con sforamento del deficit mediante procedure d’infrazione e sanzione volte a consolidare e preservare lo status quo. Spesso i titoli di Stato custoditi dalle banche evidenziano supporti di riserva e di garanzia, in forza dei quali gli istituti di credito riescono ad acquistare strumenti finanziari ad alto rendimento, i cui incrementi di prezzo ingaggiano ghiotte spinte speculative (lucro derivante dalla differenza fra prezzi di acquisto e di vendita dei titoli) e tangibili motivi di “asset inflation”.  Quest’ultima è stata verosimilmente implementata dalle recenti politiche monetarie espansive, spronando i ricchi a fare incetta di ulteriore opulenza accaparrandosi risorse sottratte in buona sostanza all’economia reale, alle imprese, ai consumatori ed alle generazioni dotate di scarse capacità (propensione) di risparmio. E’ difficile immaginare che gli effetti dell’inflazione da strumenti finanziari (asset inflation) non si riverberino prima o poi anche su buona parte dei prezzi al consumo di beni e servizi. Il risultato di una simile estensione potrebbe essere uno scenario caratterizzato da caotici profili monetari che drenano ad imprese ed attività produttive ulteriori mezzi e fondi utili all’acquisto di beni di capitale (investimenti) per destinarli alla famelica acquisizione di rendite, azioni e dividendi. Insomma, della macroeconomia studiata nelle università fondata sul ruolo basale delle banche nell’attivazione delle attività imprenditoriali e dei meccanismi di equilibrio reale sottesi all’uguaglianza fra risparmi ed investimenti è rimasto ben poco. Ancora meno si approfondiscono le disfunzioni finanziarie predette, subordinando in qualche modo la conoscenza della realtà empirica a formule asettiche, capricci accademici e mezze verità studiate dalla committenza.

Le relazioni perverse fra Spread e vessazioni bancarie (Gennaio 2019)

Se per pura provocazione accademica esistesse un grafico cartesiano recante lo spread sulle ascisse e le vessazioni bancarie sulle ordinate, la curva rappresentativa di queste ultime, seppur con un moderato livello di elasticità (e di pendenza), sarebbe  senza dubbio crescente. Ciò suggerirebbe, in buona sostanza, un rapporto diretto (positivo) fra le due grandezze. Contrariamente a quanti si pronunciano in merito a tale disconosciuta relazione primeggiando in disinformazione e sprovvedutezza, i due fenomeni sono finemente collegati. Lo spread, che si configura come un indice di credibilità di politica economica di un paese, denota lo scostamento fra i rendimenti dei BTP decennali italiani e quelli tedeschi. Se il rendimento sale ceteris paribus, significa che occorre un tasso di interesse maggiore per persuadere i compratori di titoli italiani ad imprestare risorse allo Stato. Tenuto conto che i rendimenti maggiori sono commisurati da maggiori parametri di rischiosità, lo spread in conseguente aumento misura, dunque, la scarsità di fiducia generale nelle prospettive economiche e finanziarie del Belpaese. Anche se si respingesse l’ingerenza economica e politica dell’UE all’interno degli affari nazionali per una qualsivoglia motivazione ideologica, risulterebbe assai difficile prescindere dai succitati dati di fatto e, soprattutto, dalle loro conseguenze. Sono proprio queste ultime a destare maggiore tensione considerato che il finanziamento di progetti di scarsa consistenza economica e culturale mediante la spesa corrente non fa altro che implementare la crescita del debito e dello stesso differenziale di rendimento sui titoli suindicato. Da tale punto di vista l’annuncio del reddito di cittadinanza acuisce la sfiducia nei confronti della politica italiana, tenuto conto che, invece di colmare il gap fra reddito minimo imponibile e  scarsità delle entrate individuali come invece farebbe “l’ imposta negativa di Hayek”, alimenta la spesa per assistenzialismo e, di riflesso, i costi del lavoro (se percepisco 800 euro senza fare nulla, ne vorrò molti di più per iniziare a lavorare!). Un principio che separa  in qualche modo lo spessore del salario e dei compensi in genere dalla produttività del lavoro è intensamente sconsigliabile e, al tempo stesso, disincentivante. Figuriamoci l’impatto che una siffatta imprudenza potrebbe avere su alcuni giovani meridionali dotati di scarsa propensione al sacrificio e spiccata adulazione di attività dal guadagno facile! Il proliferare di  presunte teorie keynesiane fondate sulla bontà della crescita smisurata della spesa pubblica slegata dalla qualità della stessa, elargite a cuor leggero da talune professoresse di economia politica di “Uniroma 3” con il placet di sommari docenti dell’ateneo federiciano di Napoli risulta, in verità, assai insidioso e fuorviante, specie per gli studenti. Difatti, J.M. Keynes non ha mai avallato procedimenti di spesa pubblica sconsiderati, come vorrebbe invece lasciare intendere un “profetico” video intitolato “La verità sulla spesa pubblica”, sostenendo a più riprese nella celebre opera intitolata “Teoria Generale” la responsabilità del buon padre di famiglia del policy maker.  Le seduzioni e le suggestioni del “Teorema di Haavelmo” che spingerebbero ad illudersi dell’aumento del PIL sostenuto da un incremento della spesa pubblica di pari misura, nel caso in cui quest’ultima venga finanziata dal fisco, bypassa a piè pari la realtà fattuale. Una realtà che tutte le forze politiche convenzionali italiane, da destra a sinistra, dotate o meno di stelle e firmamenti rutilanti, non hanno mai saputo cogliere. E’ noto che dallo scorso settembre 2017 si assiste ad una ripresa dei mutui a tassi variabili, quelli legati all’Euribor, ossia al tasso dei depositi interbancari. Si rammenta che il credito interbancario è la prassi seguita dalle banche per il rifinanziamento e si attiva in funzione della fiducia che esse nutrono fra loro e che esse percepiscono. La crisi finanziaria del 2007 ha sensibilmente ridimensionato questo clima di fiduciose aspettative reciproche delineando il cosiddetto “credit crunch”, la crisi del credito interbancario. Anche se si potrebbe empiricamente obiettare che lo spread non influenza direttamente l’Euribor, esso incide profondamente, comunque, sulla fiducia, un crisma imprescindibile sulla base del quale si formulano aspettative ed iniziative economiche portanti. Quando le banche gestiscono operazioni finanziarie su titoli di Stato corredati da esigui livelli di fiducia, peraltro in caduta libera in seguito a determinati azzardi governativi, esse sono giocoforza obbligate ad innalzare i tassi ai quali si scambiano finanziamenti e, al contempo, ad accanirsi altresì su quelli concessi ad imprese e privati. Un accanimento configurabile come una vera e propria onda d’urto che si riverbera non soltanto sui prestiti concessi dalle banche, ma su tutte le operazioni finanziarie da esse mediate. In definitiva, il tracollo della fiducia non è altro che un incentivo ulteriore a spremere oltremodo correntisti ed intermediari in vista del peggioramento delle attese e della dilagante sofferenza bancaria indotta dagli  innumerevoli crediti inesigibili. Se le certezze finanziarie delle banche iniziano ad incrinarsi per l’incedere della sfiducia connaturata ad operazioni su titoli e strumenti economici sempre più aleatori e poco credibili, non si possono certo vaticinare alleggerimenti nei tassi di scoperto di conto corrente già usurari, nei già vampirici prelievi coattivi e nelle micidiali spese di commissione per consulenze e deleghe. Tutti i rapporti con le banche sono in definitiva destinati a sottendere onerosi profili e destabilizzanti ipoteche sui quali la politica spicciola, fomentata dagli inutili sofismi universitari, finge di sorvolare glissando a proprio uso e consumo nella omertosa rassegnazione collettiva.

a studiata nelle università fondata sul ruolo basale delle banche nell’attivazione delle attività imprenditoriali e dei meccanismi di equilibrio reale sottesi all’uguaglianza fra risparmi ed investimenti è rimasto ben poco. Ancora meno si approfondiscono le disfunzioni finanziarie predette, subordinando in qualche modo la conoscenza della realtà empirica a formule asettiche, capricci accademici e mezze verità studiate dalla committenza.

 

Caserta vince per la seconda volta consecutiva il premio nazionale di poesia in vernacolo in Basilicata (Dicembre 2018)

Si è tenuta sabato scorso, 22 dicembre 2018 alle ore diciotto, presso la sala convegni dell’hotel Midi di Lagonegro (Potenza) la cerimonia di premiazione della Quarta Edizione del Concorso Nazionale di Poesia in Vernacolo intitolato ai poeti lucani Carlo e Antonio Tortorella. Tra i sei vincitori selezionati su circa cento provenienti da tutta Italia, il casertano Nando Silvestri, docente di economia e pubblicista, con la poesia in dialetto napoletano dal titolo “Sole Janco”. Il componimento del casertano si è distinto per “il valore morale espresso attraverso amare considerazioni sull’umanità e le sue ipocrisie condotte per immagini incisive ed icastiche”. Questo il giudizio del presidente della giuria (costituita da scrittori, giornalisti, saggisti ed intellettuali), professoressa Patrizia Del Puente, ordinario di Glottologia presso l’Università degli Studi della Basilicata. Va segnalato che la professoressa Del Puente, esponente di spicco dell’ Istituto Italiano di Cultura a Zurigo e del Centro Internazionale di Dialettologia aveva già premiato Silvestri nella scorsa Edizione del “Premio Tortorella” (dicembre 2017) dando lustro alla poesia “Comme 0’Viento”, pubblicata di recente, unitamente ad altri lavori dell’autore in un’antologia edita da Kimerik dal titolo “Granelli di Parole”. La cerimonia di premiazione si è svolta con il patrocinio delle istituzioni regionali della Basilicata e dell’Associazione Culturale “Castagna” presieduta dall’avvocato Milena Falabella, impegnata un una pervicace operazione di valorizzazione dei beni culturali lucani inserita nella manifestazione “Matera 2019”. Si precisa, infine, che la poesia in oggetto, premiata in Basilicata ha incontrato l’apprezzamento e le lodi della professoressa Adriana Russo, rutilante e faconda intellettuale casertana, pronipote dell’immenso Luigi Pirandello.

Consulenza bancaria: se l'evoluzione contrattuale è insidiosa sei libero di evitarla

Traendo mero spunto da un interessante articolo pubblicato da “il Fatto Quotidiano” lunedì 31 ottobre 2016 (autore: prof. Beppe Scienza, "Il Risparmio Tradito") in ordine ad un contratto stipulato tra una nota banca innominabile e i suoi clienti, corre l'obbligo di rendere note alcune poco edificanti esperienze dell'autore relative al private banking, "a prescindere" dalla nota giornalistica predetta. Talune forme contrattuali di consulenza che non è dato menzionare d’ora in avanti per gravi minacce, intimidazioni e gratuite limitazioni al diritto di cronaca inferte all’autore da dirigenti di banca e dallo studio legale Perani Pozzi Associati di Milano, comportano almeno sei ordini di problemi relativi ai deficit di correttezza, chiarezza, trasparenza, lealtà, coerenza e puntualità. Qualche tempo fa la stampa rendeva noto l’estrema onerosità del contratto di consulenza predisposto per tutti i clienti della banca intenzionati ad acquistare prodotti finanziari, ponendo in risalto solo alcune punte dell’iceberg: le commissioni salatissime ed i risultati piuttosto aleatori. Stando ad inchieste, esperienze e testimonianze sembra che la presunta “evoluzione” di alcuni contratti di private banking risieda in un software che sfrutta un algoritmo in grado di “orientare” la banca e le scelte del cliente in ordine all’acquisto di titoli, polizze, fondi ed investimenti in genere. Sorvolando sui tecnicismi di circostanza che alcuni azzimati e spavaldi operatori della consulenza nei quali si è imbattuto l'autore hanno paragonato a sofisticatissimi e prodigiosi “Tomtom” capaci di “guidare” intrepidamente correntisti e risparmiatori verso rutilanti e profittevoli mete di lungo periodo a dispetto di qualunque asperità economica e finanziaria, restano comunque poche tremule luci, alcune ombre fuorvianti e molti miraggi. Molti, come le clausole e le condizioni contrattuali portanti celate nei caratteri minimali della impercettibile scrittura di questi contratti, mimetizzate ad arte nelle pieghe riottose di carte quasi impalpabili, scadenti, squamose e, soprattutto “opache”. Tra opache fatture ed ologrammi normativi accortamente sedimentati nelle pagine raffazzonate del contratto di consulenza è estremamente arduo e farraginoso distinguere le succitate pieghe dalle piaghe che potrebbero affliggere gli inconsapevoli e ingenui risparmiatori . Stando ad alcune perizie svolte da avvocati esperti di contenzioso bancario recensiti dal Sole24Ore, alcune modalità applicative dei contratti di consulenza bancaria si configurerebbero come marchiane vessazioni ricche di stridenti anomalie. Più precisamente, si tratterebbe di disposizioni contrattuali preliminari che, contrariamente a quanto stabilito dalle norme sulla trasparenza bancaria predisposte da Banca d’Italia in forza delle legge delega, non sarebbero opportunamente sottolineate e rimarcate in grassetto nonostante il loro carattere spiccatamente pregiudiziale. L’aspetto tipicamente destabilizzante e disfunzionale di alcune implicazioni contrattuali riconducibili alla consulenza finanziaria risiederebbe in special modo nella sospensione automatica del contratto stesso prevista per “inattività” del cliente sul proprio conto corrente. Una sospensione che implica anche la contestuale cessazione dei cospicui addebiti mensili incombenti in capo al correntista risparmiatore (menzionati anche da “il Fatto Quotidiano”) non destinata certamente a perdurare. Difatti, basta che il risparmiatore, cliente della banca, esegua un prelievo, un versamento, una ricarica telefonica od una qualsiasi altra operazione bancaria sul proprio conto corrente per riesumare il contratto precedentemente sospeso e, di riflesso, i predatori addebiti mensili da esso previsti ad oltranza, sine die. In definitiva questi ultimi risultano imputabili ad una consulenza rinnovata (evoluta?) anche nella sua asimmetrica ultrattività, nelle sue decurtazioni fragorose, nel suo monolitico e protervo formalismo e nei ghiotti slanci opportunistici del collocamento. Si potrebbe, dunque, desumere che la consulenza promossa dal contratto di "private banking", anche se ha smesso di produrre effetti reali e manifesti, seguita di fatto ad ingenerare gravose detrazioni e spinosi salassi in nome di operazioni contabili ordinarie che, con la consulenza, hanno a che vedere meno di niente. Quale arcana coincidenza astrale legherà le ineluttabili e gravose commissioni della consulenza ad un comune prelievo effettuato tramite bancomat? A quale bizzarro titolo un correntista dovrebbe pagare commissioni trimestrali di gran lunga maggiori degli introiti derivanti dalla cedola staccata dal fondo sottoscritto se la consulenza è in fase di “stand by”, “wait and watch” o definitivamente conclusa? E perché lasciare che queste detrazioni crescano progressivamente all’aumentare dei patrimoni investiti anche in fase di crollo dei mercati? E' per queste ragioni descritte che si parla di evoluzione della consulenza? E l’evoluzione stessa è ascrivibile a virtù e prospettive reali od occhiuti sotterfugi per battere cassa? E per quale assurda ragione una banca dovrebbe temporeggiare o rifiutarsi di riconoscere la revoca e l'estinzione dell'insostenibile contratto di consulenza, come è accaduto all'autore per ben13 mesi e 1300 euro indebitamente versati? O, forse, i messaggini di auguri, gli sms, i gadget, i pestiferi pettegolezzi sulla banca ingaggiante e le elementari moltiplicazioni svolte dal private banker a favore del suo cliente assurgono a forme "evolute" di consulenza da 103 euro al mese, come è accaduto all'autore? Domande che si pongono anche taluni funzionari di alcune importanti Sicav europee interpellate di recente in merito. Enigmi inaccessibili ai comuni mortali, vaticinabili probabilmente solo dagli efori dell’antica Grecia o da sciamani in animazione sospesa. Alla luce delle considerazioni sinora effettuate risulta alquanto imbarazzante dover ammettere che molte delle dolenti dicotomie esposte transitino proprio attraverso il rapporto fiduciario instaurato dal cliente, correntista e risparmiatore, con il proprio consulente finanziario, basale e trainante figura di certe banche. E’plausibile, però, che la fiducia abbisogni più di saldi rinnovi sistematici che di blande convenzioni formali. Anche perché non è minimamente pensabile che la fiducia stessa possa essere accresciuta con un click del mouse, alla stregua di una comune operazione di “scoperto di conto corrente” utilizzata per la moneta ad alto potenziale (il denaro cash). Ma, più verosimilmente, la fiducia si cristallizza sui Fatti tangibili. Fatti che il consulente conosce fin troppo bene e che dovrebbe comunicare tempestivamente ai clienti senza fare capolino con stantia sufficienza. Del resto non avrebbe alcun senso che il consulente pressi ed invogli ripetutamente il cliente per quanto concerne la sottoscrizione del contratto di consulenza, come è accaduto all'autore, eclissandosi successivamente di fronte alle sue reiterate richieste di revoca. In economia politica la fiducia è una variabile strategica estremamente permeante sulla base della quale gli agenti economici costruiscono le proprie aspettative, i propri vantaggi competitivi e i propri orientamenti. Questi vengono recepiti dai mercati, dai consumatori, dalle imprese, dai policy makers (gli agenti di politica economica) e dalle banche in un’ottica osmotica ed integrata nella quale la semplificazione sfrontata non paga e non perdona. La caduta verticale della fiducia è anche alla base della recessione del 2007 manifestatasi attraverso la crisi del credito interbancario definito credit crunch e, al contempo, del concetto di crescita economica mediamente nulla ancora in fieri, meglio noto come “stagnazione secolare”. Se la fiducia dei sottoscrittori del contratto di consulenza dovesse ridursi ad un mero accrocchio di forme subalterne alle priorità della banca, si rischia l’usura definitiva dei rapporti fra banche e risparmiatori e la repentina delusione delle loro attese. Oltre a blandire le risorse finanziarie faticosamente trasferite dalle generazioni dopo lunghi anni di sacrifici, le curiose asperità rilevate nelle viscere dei contratti di consulenza potrebbero altresì innalzare l’utilità marginale della consulenza finanziaria privata già radicata, affidabile e refrattaria ai condizionamenti dei gruppi bancari. “Dimmi come parli e ti dirò chi Sei”: è questo il senso dell’inossidabile assioma freudiano che attribuisce a tutte le forme di comunicazione specifici stilemi relazionali, ivi compresi gli orientamenti contrattuali della consulenza ed il capitale umano che li attiva convulsamente. In attesa che questi contratti evolvano scientemente verso dimensioni più coerenti, estranee a caliginose idiosincrasie e galoppanti indignazioni, sarà cura di risparmiatori, sottoscrittori e correntisti di Caserta e tutta Italia tenere incessantemente d’occhio il proprio conto corrente, tutti i costi occulti di collocazione e quelli di sorrisi compiacenti, tiepide strette di mano e anonime facce tirate a lucido. La tracotanza di quanti si nascondono dietro interpretazioni giurisprudenziali fuorvianti, censure e rendite di posizione rivela, a modesto parere di chi scrive, soltanto il terrore ossessivo di chi è incapace di confrontarsi seriamente ed assumersi delle responsabilità oggettive.

 

 

 

In Italia troppi docenti e poco produttivi: così non si esce "Fuori dal Tunnel"

“Fuori dal Tunnel” è il titolo di un interessante testo universitario scritto dal professore Francesco Pastore, docente di Economia Politica della facoltà di Giurisprudenza della SUN a Santa Maria Capua Vetere. Il libro affronta con dovizia di particolari un argomento assai spinoso e accidentato che studenti e genitori dovrebbero conoscere scrupolosamente, quello della difficilissima transizione esistente in Italia dal mondo della scuola e della formazione universitaria a quello del lavoro. L’autore del testo in questione specifica con lucida freddezza realistica che nel Bel paese “l’istruzione è un bene a basso rendimento” per via degli elevati costi di gestione della formazione scolastica ed universitaria, controbilanciati da scarsi sbocchi occupazionali. Più precisamente, i costi della formazione scolastica non si identificano sic et simpliciter con quelli direttamente legati alla sedimentazione dell’istruzione quali spese per libri, attrezzature e tasse scolastiche. Ma si estrinsecano, piuttosto, in una moltitudine di oneri non indifferenti, quali spese di soggiorno, di acquisizione di servizi specialistici e di trasferimento a dire poco esose, anche per via di spinte speculative strutturalmente presenti nell’economia italiana.  A fronte delle elevate spese predette il mercato del lavoro offre ridotte opportunità occupazionali soprattutto per i più giovani, costretti ad assumere ruoli subalterni e gregari rispetto ai lavoratori più esperti, anche a causa della loro scarsa preparazione scolastica e dei ridotti slanci culturali mostrati.  Il libro del docente, brulicante di interessanti spunti di riflessione, offre, dunque, un’ampia panoramica delle ardue dinamiche occupazionali e formative giovanili opportunamente raffrontate al trend degli altri paesi dell’UE, notoriamente più fecondo. In vista dei predetti confronti, però, il docente Pastore non si sofferma su un interessante dato OCSE che è ricco di implicazioni e considerazioni degne di nota, sia di natura microeconomica che macroeconomica. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, difatti, l’Italia detiene un triste primato europeo di inefficienza rappresentato dal più basso rapporto fra numero di allievi e quello dei docenti, dopo quello greco. Stando ai dati dell’importante organismo internazionale, non a quelli del “Sole 24 Ore” e del “Messaggero” pretestuosamente contestati da Cobas e Cgil, nella nostra penisola ci sono poco più di 9 allievi per ogni professore. Si tratta di una cifra estremamente inferiore alla media europea: basti pensare che in Germania il rapporto in oggetto arriva a 15 allievi per ogni docente, mentre in Messico l’indice raggiunge addirittura quota 34. A prescindere dai mastodontici aggravi finanziari di oltre 400 milioni di euro l’anno che un simile maxi reclutamento di insegnanti comporta sui conti pubblici e dai succulenti bacini di consenso elettorale che una tale inarrestabile operazione comporta, è lecito approfondire ulteriormente l’argomento. Se seguitano ad aumentare a dismisura i docenti occupati nella scuola pubblica nazionale come conferma l’OCSE e continuano parallelamente ad aumentare gli studenti di ogni ordine e grado “scarsamente preparati” come spiega il dottor Pastore nel suo libro, allora è verosimile approdare a problemi di ridotta produttività/qualità della docenza. Dalla microeconomia è noto che la produttività media è il rapporto fra la produzione totale e le unità degli input impiegati. A parere di chi scrive, se a fronte di un numero di docenti (materia prima dell’istruzione) in continua ascesa, “l’output” degli studenti preparati ed opportunamente istruiti diminuisce, come denuncia giustamente il professor Pastore nella sua prolissa disamina, la produttività media di ciascun insegnante tende inevitabilmente a ridursi. Sebbene sia il frutto di un’intuizione personale di carattere generale, rigidamente  ancorata alla logica di formule somministrate da anni a discenti ed allievi, quella menzionata si configura come una valutazione plausibile, avallata peraltro da talune “Think Tank” europee ed americane. La produttività dei docenti è a torto prefigurata come un dato esogeno incontrovertibile, garantito com’è dall’oscurantismo statalista. Ma non di rado si rivela, a ragion veduta, un crisma più auspicabile che reale, in netto contrasto con il rigore dei dati. Sono soprattutto questi ultimi a denunciare una decrescente qualità percepita della scuola pubblica italiana, sempre più espressione di compromessi di ordine politico ed economico, malgrado l’istituzione degli “scatti di competenza” nella riforma della “Buona Scuola”. Ma la decrescita della “curva di produttività media” degli insegnanti italiani” è ancor più ripida per quanto concerne la docenza universitaria. Basta leggere il libro scritto da due notevoli giornalisti di noti quotidiani italiani, Carlucci e Castaldo, intitolato “Un paese di Baroni” per rendersi conto delle insanabili dicotomie che avviluppano e umiliano il sistema universitario italiano, studenti e contribuenti. Difatti, accanto a docenti e collaboratori solerti, volenterosi, preparati e disposti ad impegnarsi anche per pochi euro l’ora come i professori a contratto, esiste uno stuolo di insegnanti predisposti da sistemi gerontocratici di scelte fondate su clientele, baronati, favoritismi, rendite di posizione e parcellizzazione di interessi specifici. Secondo gli autori succitati si tratta di docenti di dubbia credibilità e scadente etica professionale, presenti in circa il 50% degli atenei italiani, una percentuale altissima. Secondo gli autori del libro suddetto i docenti “anomali” sono ben riconoscibili per i loro abusi di potere, i loro multipli coinvolgimenti in procedimenti penali e la loro crassa tracotanza sostenuta da collaboratori raffazzonati, volgari, rozzi ed incompetenti. Dal libro dei giornalisti in questione sembra emergere quasi l’identikit di questi professori rimaneggiati: guitti, sbracati, castigatori frustrati con gli occhi iniettati di sangue alla continua ricerca di consensi volti a riempie vuoti siderali di personalità. Alcuni in Italia si chiedono ancora perché nelle graduatorie sulle migliori università del mondo, i nostri atenei facciano sempre una pessima figura. Inutile chiederselo dopo aver letto i fatti documentati dagli autori predetti con rutilante profusione descrittiva nel libro precedentemente menzionato. Purtroppo lo stesso libro potrebbe rappresentare solo la punta dell’ iceberg, tenuto conto che quasi nessun testo dedicato al gap che separa la formazione scolastica dal lavoro riesce minimamente a lambire dignitose forme di autocritica volte ad attualizzare merito effettivo e produttività dei docenti italiani. Un’occhiuta manovra per lasciare intendere che scuola ed università siano fatte principalmente per chi ci lavora. Un modo come un altro per legittimare l’autoassoluzione di tutti i comparti statali in nome del keynesismo  artefatto. Una sontuosa scappatoia per intestarsi mezze “verità” a proprio uso e consumo e celare l’inettitudine amministrativa  dietro quella dei  meno fortunati studenti meridionali.

Insufficienza mitralica: il primo "Carillon" della Campania impiantato a Caserta

Un pizzico di sano e condiviso orgoglio casertano, è il caso di dirlo,  promana dalla cardiochirurgia dell’Ospedale Civile di Caserta, recente  protagonista d’eccellenza campana negli interventi e nella cura delle patologie legate alla valvola mitrale. Si chiama “CARILLON” l’apparecchio percutaneo impiantato ieri per la prima volta in Campania presso la divisione di Cardiologia interventistica del nosocomio casertano dal dottor Alfonso Alfieri e dai suoi validissimi collaboratori. L’impianto è finalizzato alla correzione del rigurgito mitralico, un importante difetto di incompleta chiusura del foro atrioventricolare di sinistra che induce il parziale rigurgito del sangue, veicolato così dal ventricolo sinistro all’atrio sinistro. Il dispositivo “CARILLON” impiantato ieri presso l’ospedale S. Anna e S. Sebastiano di Caserta consente,  attraverso  una  semplice  procedura  percutanea  di modificare lo spazio fra i due elementi concentrici del muscolo cardiaco ridimensionando sensibilmente la dilatazione ed il reflusso sanguigno mitralico. L’apparecchio in oggetto è formato da un impianto destinato ad essere posizionato in modo permanente nel seno  coronarico o nella grande  vena  cardiaca  mediante  un  catetere e un supporto ad impugnatura. Va sottolineato che la forma  e la realizzazione del dispositivo in questione sono assolutamente compatibili con l’anatomia del cuore e permettono, inoltre, successivi rilasci se un primo apparecchio venisse nuovamente catturato. Si tratta di un lodevole esempio di Sanità  perfettamente allineato ai dettami di Diritto e Legislazione Sanitaria per quanto concerne il “Bene Pubblico Salute” e i contenuti inviolabili dell’articolo 32 della Costituzione italiana, purtroppo non sempre opportunamente onorati. L’entusiasmo del dottor Alfonso Alfieri, garbato e scrupoloso professionista, oltre che persona disponibile ed empatico sul lato umano per quanti hanno il piacere di conoscerlo, è palesemente virale. Lo testimoniano le sue dichiarazioni di soddisfazione, estensibili al primario Gregorio Salvarola brillantemente proteso alle innovazioni specialistiche del settore, a tutti i medici, infermieri ed operatori sanitari specializzati che lavorano indefessamente col cuore e per il cuore di Caserta e non solo. Questi sono, a parere di chi scrive, gli uomini che fanno silenziosamente la storia di tutti i giorni, stillando passione e speranze in chi soffre con dignità e in quanti si spendono lealmente per la comunità senza lesinare sacrifici di sorta.

 

 

AO e ASL campane, troppi crediti da recuperare: omissioni o burocazia?

Stato ed enti pubblici rivelano da decenni tratti e forme tipiche di un  gigantesco colabrodo attraverso il quale vengono puntualmente dissipate e disperse nel nulla risorse di ogni specie. La sanità è sicuramente una di esse dal lontano 1948, allorquando essa abdicò al ruolo di presidio assicurativo e solidaristico durante l’evoluzione dello Stato Sociale affermato dal fascismo, in favore di un caliginoso e sfuggente concetto di “bene pubblico”, tutt’ora impalpabile. Il decreto regionale del sub commissario ad acta n.52 del 2010 per il rientro del debito sanitario stabiliva che tutti i crediti vantati dalle aziende ospedaliere in ordine alle prestazioni di soccorso offerte in “codice bianco” dagli ospedali dovevano essere recuperati, in caso di inadempienza dell’utenza. La norma attiene alle prestazioni di pronto soccorso meno urgenti, numericamente cospicue e consistenti, per le quali occorre corrispondere quei fatidici 50 euro che molti cittadini “distratti”, stranieri, immigrati, clandestini, extracomunitari e rom omettono puntualmente di versare. Stando ad indiscrezioni provenienti da addetti ai lavori, in oltre 5 anni dall’emanazione del decreto suddetto, le leadership delle aziende ospedaliere campane non sembrano essersi attivate con particolare solerzia e manifesti risultati in funzione del succitato onere di rivalorizzazione creditizia sancito dalla norma predetta. Non pare rappresentare un’eccezione neppure la governance dell’azienda ospedaliera casertana che, a quanto risulta, lo scorso 2015 ha ufficialmente affidato il recupero dei crediti maturati in ordine alle prestazioni sanitarie in “codice bianco” non saldate dagli utenti ad Equitalia, appendice abrasiva dell’insidiosa Agenzia delle Entrate”. Sorvolando sul merito dei procedimenti amministrativi e sui trascorsi non sempre chiari delle ultime istituzioni summenzionate confermati recentemente anche dalla Corte Costituzionale, è lecito chiedersi a questo punto se gli avvisi  di pagamento relativi alle prestazioni sanitarie fruite indebitamente da cittadini e avventori, eventualmente gravati da balzelli e gabelle accessorie, siano effettivamente andati a buon fine. E’ un diritto-dovere dei cittadini, del resto, conoscere le sorti della gestione del denaro pubblico partecipando attivamente alle spese dello Stato, secondo quanto stabilito dall’articolo 53 della Costituzione. Alcuni medici delle aziende ospedaliere casertane e napoletane riferiscono che i blandi processi di recupero forzoso dei crediti procedono a rilento e le reiterate interruzioni non fanno altro che ridimensionarne le aspettative di successo sino a produrre legittimi dubbi sull’intero modus operandi.  A prescindere dai fatti esposti, dall’inattività prolungata e dall’inerzia amministrativa potrebbero derivare, danni, dissidi, pregiudizi alla qualità reale e percepita dei servizi, violazioni e insanabili contraddizioni legate alla ratio delle stesse procedure di riappropriazione delle risorse pubbliche. E’ una questione degna di nota se si tiene conto che Il tempo logora l’esigibilità dei crediti affievolendo inesorabilmente prospettive e certezze legate alla solvibilità. Le lungaggini burocratiche e l’inoperosità amministrativa, più in generale, possono pregiudicare definitivamente l’esito della riscossione , implementandone complessità, costi diretti ed indiretti, sino a trasformali in “sunk costs”, ovvero costi irrecuperabili. Anche gli accertamenti tributari, ben oltre le fiabesche acrobazie del fisco delirate dai media in ordine alle somme recuperate dalla famigerata lotta all’evasione, diventano spesso  talmente antieconomiche ed inopportune da vanificare, in toto o in buona parte, sforzi e pretese erariali. Stando alle rivelazioni di maestranze, gli scarni tentativi eseguiti sinora nelle aziende ospedaliere delle province di Napoli e Caserta per il recupero dei crediti relativi alle prestazioni sanitarie in “codice bianco”, rischiano di allinearsi ad altri mastodontici e disdicevoli sprechi che ammantano la sanità “pubblica”, tanto decantata dai manuali di legislazione sanitaria. Alla base delle suddette asimmetrie potrebbero brulicare le “disattenzioni” di decine di impiegati preposti a al controllo che, in alcuni casi non sporadici, potrebbero configurarsi come vere e proprie omissioni. Basti pensare alle presenze non monitorate dei cartellini dei dipendenti i cui debiti orari non vengono affatto contestati o alle malattie rilevate che non vengono opportunamente indagate. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 2010 ad oggi e sono maturi i tempi per conoscere l’esito del dettame normativo regionale in ordine alla correttezza di procedure di rientro di preziose risorse economiche e finanziarie che appartengono alla collettività piuttosto che alla speciosa discrezione di ondivaghe elite, la cui credibilità è ancora opinabile.

Declino d'impresa e uso indiscriminato dei contratti a progetto: il caso Cepu Caserta

Le imprese italiane che negli ultimi 13 anni si sono adagiate e crogiolate su presunti allori di fatturato ed effimere rendite di posizione, senza cogliere di fatto i mutamenti del mercato, oggi, pagano conti molto salati per leggerezze e disattenzioni commesse. Lo screanzato criterio della massimizzazione indiscriminata dei profitti, aggravato dai privilegi erroneamente attribuiti a clientele, “rami secchi” e costi fissi, nel lungo periodo, non premia chi rifiuta di allinearsi alle accorte profezie manageriali protese alla razionalizzazione delle risorse. La miopia di imprenditori “padroncini” nei confronti del mutamento della domanda di beni e servizi e delle sue componenti conduce inesorabilmente al tracollo aziendale. Ed è così che strategiche variabili economiche e produttive, come il lavoro, iniziano a muoversi disordinatamente, ovvero senza una logica plausibile, invece di essere orientate a presupposti di premialità e fidelizzazione. Una delle maggiori disfunzioni delle imprese produttrici di beni e servizi è stata in Italia e, soprattutto in Campania, l’adozione spropositata ed anomala dei contratti a progetto. Nati col proposito di soppiantare i vecchi COCOCO, i contratti di collaborazione a progetto sono divenuti nell’ultimo decennio il mantra prevalente delle imprese locali, grazie al quale è stato possibile, solo algebricamente ridurre il numero dei disoccupati. Il contratto a progetto si è rivelato ben presto uno strumento predisposto dallo Stato per chiudere entrambi gli occhi, sulle proprie responsabilità in ordine al mondo del lavoro. In ogni caso il contratto a progetto si è tradotto in uno strumento sfrenato che, spesso, ha sottratto dignità ai lavoratori, specie se volenterosi, giovani e vulnerabili. Questi ultimi, indotti ad accettare supinamente le imposizioni tipiche del contratto di lavoro subordinato, pur essendo formalmente meri “collaboratori a progetto”, di fatto, venivano defraudati di qualunque considerazione umana e di ogni creanza giuridica. Lo sanno bene docenti e professionisti che hanno lavorato presso il Cepu di Caserta, i quali lamentano  di aver insegnato per anni, senza poter fruire della libertà e dell’autonomia necessarie, prescritte dall’ordinamento all’interno dei contratti a progetto che li legavano al noto istituto di preparazione universitaria. Essi lamentano di non aver mai potuto organizzare autonomamente i compiti lavorativi loro assegnati, a causa di invasive pretese aziendali e asfittiche ingerenze provenienti dalle maestranze Cepu. A parere dei tecnici, le succitate pressioni risultano più genericamente allineate alle spasmodiche ansie di lucro che agli intenti di efficacia ed efficienza produttiva. In ogni caso, alcuni ex tutor Cepu di Caserta si lagnano del fatto che le ingombranti influenze subite per anni da dirigenti e coordinatori Cepu, oltre a non incontrare riscontri all’interno dei contratti a progetto, ridimensionavano drasticamente le proprie attitudini, sacrificando peraltro la propria autodeterminazione, formalmente tutelata dalla legge. Lo dimostrano pile di scartoffie e documenti probatori tracimanti in possesso di allievi e docenti. I contratti a progetto dispongono, inoltre, che la scelta del “progetto” venga sempre anteposta a quella del lavoratore che deve condurlo a compimento concretizzandone gli obiettivi. Diversamente da quanto accadeva al Cepu di Caserta, dove l’ordine delle suddette scelte veniva puntualmente invertito, essendo i tutor scelti aprioristicamente. Come se si trattasse di lavoratori subordinati condannati ad uno stato di inferiorità economica e morale cronica. Saranno state queste asimmetrie cristallizzatesi nel tempo e nello spazio, unitamente ad altre scelte aziendali sconsiderate a spingere l’istituto a chiedere l’ammissione alla nota procedura concorsuale del concordato preventivo? Chi può dirlo! Intanto alcuni ex docenti Cepu che hanno documentato i succitati disagi, da creditori feriti nella tasca e nella dignità, hanno deciso di raccontare le proprie delusioni alla Procura della Repubblica, alle Forze dell’Ordine e alla Direzione Provinciale del Lavoro.

Economia reale: cresce solo la povertà: intervista ad Oscar Giannino

Per fortuna, la cultura è un insieme di valori e conoscenze che travalicano oltremodo titoli, convenzioni, pregiudizi e disinformazione pubblica deforme e fuorviante. E’ stato un piacere incommensurabile commentare i dati economici italiani degli ultimi mesi con l’amico Oscar Giannino che di cultura ne ha davvero da vendere. Troppi i numeri contraddittori su crescita, Pil e disoccupazione che hanno disorientato gli italiani negli ultimi mesi, sempre più rincitrulliti dalle stime dorate dei notiziari nazionali sui presunti segnali di ripresa. Numeri esigui e assolutamente poco significativi dal punto di vista macroeconomico hanno gonfiato a dismisura le vele di un accrescimento economico sempre più immaginario e fantascientifico, stillandone la fondatezza come una mera certezza di burro. E’ il parere esternato dallo scrivente al giornalista economico del Sole 24 Ore Oscar Fulvio Giannino, il quale sostiene che molti organi di informazione non sono  “le giuste tribune dalle quali aspettarsi giudizi obiettivi”. Forse si è data troppa importanza, all’operazione di Draghi denominata “Quantitative Easing” ampliandone a dismisura le aspettative”. Si tratta, come è noto, di un disegno di politica monetaria espansiva che, a parere di chi scrive, ha ingrossato i corsi dei titoli, generando batterie speculative per lo più disconosciute dagli organi di informazione economica e finanziaria. Questo è il dato di fatto marchiano ed innegabile che Giannino ha condiviso con l’autore aggiungendo: “Bolle speculative? Ce ne sono eccome. Basti vedere la volatilità delle correzioni sui rendimenti dei Bund e dell’intero mercato del reddito fisso sul lungo termine”. Più volte l’attenzione dello scrivente si è soffermata sulla maestria disinformativa di certi notiziari spazzatura trasmessi dalle reti della televisione di Stato che, edulcorando e plasmando i dati economici ad uso e consumo della committenza politica, hanno elevato cifre decimali con qualche zero di troppo, prima e dopo la virgola, a timidi segnali di sviluppo economico riferibili in qualche modo all’ingannevole miraggio di fiabesche luci, scintillanti in fondo al tunnel. “Non ti meravigliare, si tratta di enfasi da accondiscendenza e riguarda emittenti televisive e carta stampata”. Queste le rassicuranti argomentazioni di Oscar riferite all’autore fuori dai denti con freddezza disarmante. E’ stata premura dello scrivente commentare assieme al celebre saggista economico alcune vistose asimmetrie dell’Agenzia delle Entrate di Caserta e il peggioramento delle condizioni reddituali dei contribuenti di Terra di Lavoro, dove, l’indice di Gini sfiora e spesso supera il valore di 0,4. Va all’uopo sottolineato che Oscar Giannino, unitamente a pochi studiosi e docenti di economia come il professor Mario Seminerio e il professor Mario Colombatto è uno dei pochi analisti economici italiani capaci di interpretare con fervida lucidità il significato macroeconomico e sociale dell’indice statistico sopra menzionato dallo scrivente, oltrepassando perciò gli scarni e algidi contenuti dell’indicatore Pil. L’indice di Gini è un coefficiente statistico di cruciale importanza in macroeconomia tenuto conto che, variando da un minimo di zero ad un massimo di uno, indica il livello di disparità nella distribuzione dei redditi dei cittadini, ovvero il noto fenomeno della concentrazione. Oscar Giannino che ha apprezzato le riflessioni dell’autore sul peggioramento dell’indice succitato fra i redditieri di Terra di Lavoro, non ha esitato a richiamare l’allarme lanciato di recente dall’OCSE a riguardo.  L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico evidenzia difatti come in Italia l’indice di Gini sia salito, in media, dallo 0,31 del 2007 allo 0,33 del 2014. Sebbene si tratti di una variazione apparentemente irrisoria, un balzo di due centesimi si traduce in un peggioramento inarrestabile delle prospettive di crescita nell’economia reale e di valorizzazione del capitale umano. In Italia, oggi, il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è pari a 11 volte quello del 10% più povero (dati OCSE), sebbene il livello di indebitamento sia relativamente più basso della media europea. Il succitato divario nella distribuzione dei redditi implica un drenaggio incontenibile di risorse che le classi più abbienti esercitano da tempo ai danni dei più indigenti, costretti non di rado a rovistare fra i rifiuti o a riattare con stratagemmi vari, mezzi dismessi e desueti per seguitare a sopravvivere.  E’ condivisibile che Giannino, avallando l’OCSE a riguardo, indichi la disuguaglianza economica come un’insidia che penalizza il capitale  e pregiudica sensibilmente lo sviluppo. Per quanto concerne l’aspetto governativo e tributario locale casertano, è stato inevitabile per lo scrivente denunciare al giornalista e allo staff del Sole 24 Ore i contenuti nocivi di taluni ambigui atti amministrativi e tributari ufficiali debordanti di strafalcioni , vizi di forma e orrori grammaticali. Rispetto ad essi Giannino, non ha potuto fare a meno di esclamare “poveri noi!”, segnalando che “l’inettitudine governativa, operate rare eccezioni, flagella la Penisola intera, allontanandola progressivamente dai livelli economici del 2007”. Quando la povertà diventa un endemico dato di fatto, oltre che un disfunzionale obiettivo programmato è lecito chiedersi a cosa servano istituzioni ed enti pubblici. Si può dunque immaginare, senza essere per forza liberali e liberisti come Giannino che le forze di mercato, paradossalmente, restituiscano all’individuo la dignità e le risorse di cui si appropria indebitamente uno Stato che il giornalista non esita neppure un attimo a definire “ladro”. Fin troppo generoso il mentore ed amico Oscar Giannino: in definitiva, chi riduce l’uomo allo stento sino ad annichilirlo o sopprimerlo non è poi così diverso da un boia. A tal proposito, E’ piaciuto all’autore esternare il suo pensiero al giornalista in ordine alle sibilline parole proferite dal professore e avvocato inglese Charles Adams, secondo il quale l’unica forma di rivoluzione possibile è quella dell’evasione fiscale di massa. Secondo Oscar, il nostro sistema tributario obbedisce a meccanismi asimmetrici che, pur promulgando formalmente il “criterio della progressività” sancito dal secondo comma dell’articolo 53, si orienta in direzione completamente opposta per quanto concerne le imprese di piccole dimensione riducendone prospettive e sopravvivenza. La progressività, a parere di chi scrive, è spesso il più onirico dei miraggi, un’invenzione maldestra per scoraggiare la crescita e accanirsi sui contribuenti più facilmente raggiungibili, ossia quelli più deboli e vulnerabili.  Impossibile non concordare con Giannino, soprattutto se si tiene conto che molti redditi, come quelli provenienti dalle rendite finanziarie e quelli derivanti dai canoni di locazione vengono tassati secondo criteri proporzionali piuttosto che progressivi. “La chiarezza e il rigore sono principi che il fisco applica in modo unilaterale, applicando per sé l’unica regola che conosce, quella dell’eccezione”. Un lemma innegabile come la saggezza e l’acume di Oscar Giannino, al quale va la stima incondizionata dello scrivente.

Caserta e Provincia crescono povertà e disuguaglianze economiche

Una recente indagine statistica sulla distribuzione dei redditi italiani condotta da “Open Data”, ulteriormente approfondita dallo scrivente attraverso l’utilizzo di opportuni indici di riferimento schiude un panorama economico a dir poco raccapricciante in ordine alla distribuzione dei redditi in provincia di Caserta. Anzitutto emerge che quest’ultima si presenta unitamente a diverse province meridionali con un reddito pro capite annuo sostanzialmente basso rispetto a quelli registrati in Toscana, Veneto, Lombardia, Trentino, Piemonte e Friuli. Molti dei 2 milioni di posti di lavoro venuti a mancare negli ultimi 6 anni riguardano, difatti, la Campania e, di riflesso, la nostra provincia. Anche la caduta di oltre 10 punti percentuali di PIL nazionale negli ultimi 6 anni è imputabile in buona sostanza al crollo dell’economia e della competitività campana e meridionale in genere. Merito di una cronica inettitudine siderale di tutti gli amministratori della nostra regione mal vista persino dalle maestranze di Bruxelles che l’hanno recentemente battezzata “regione peggio amministrata d’Europa”. Non fanno eccezione i governanti casertani che tra clamorosi e profetici acquisti, ridicoli rimpasti, poderose opacità contabili affrancate qua e là da squallidi patti di fine mandato, indecisioni e impasse ricorrenti spingono forzatamente la popolazione cittadina nel baratro inibendone le prospettive. Ma un ruolo destabilizzante e distruttivo dal punto di vista  squisitamente finanziario è certamente riferibile all’incapacità amministrativa di veicolare opportunamente i fondi europei e i trasferimenti verso finalità virtuose ed espansive del reddito locale. Pressione fiscale locale ad aliquote massime o superiori alla media nazionale (vedi la Cosap pagata dagli edicolanti di Caserta), speculazioni volte alla parcellizzazione delle rendite finanziarie e numerose “cattedrali nel deserto” realizzate per il tornaconto di clientele e pochi eletti sferrano infine il colpo di grazia ai già sbrindellati redditi locali. In particolare, diversamente da quanto ventilato da altre laboriose realtà amministrative venete e lombarde, il Comune di Caserta impedisce qualunque auspicio di crescita economica territoriale fondato sulle “monete locali” dal momento che preferisce affidare alla stagnazione e alla strumentalizzazione politica la gestione di spazi e immobili in disuso di sua proprietà, anziché cederli alle comunità cittadine per implementarne attività lavorative consolidate, servizi utili e idonei a produrre redditi minimi di sopravvivenza. Queste e altre innumerevoli contraddizioni difficili da sintetizzare in poche battute per via della complessità di alcune vicende storiche generano una iniqua e irregolare distribuzione del reddito casertano concentrandolo essenzialmente nelle mani di pochissimi individui sino a lasciare a bocca asciutta la stragrande maggioranza dei cittadini residui. Quanto appena stabilito pretestuosamente definibile “demagogia” da sprovveduti e buontemponi, è agevolmente misurabile da un apposito indice statistico, quello di concentrazione di Gini, che nella città di Caserta supera il valore di 0,41. Equivale a dire che il capoluogo di terra di Lavoro contiene moti super ricchi e troppi poveri al limite dell’indigenza, soprattutto in periferia e nelle frazioni. L’indice di concentrazione suddetto, infatti, è una grandezza della “irregolarità di ripartizione reddituale” il cui massimo valore possibile, 1, è riconducibile ad una condizione paradossale che vedrebbe nelle mani di un solo soggetto tutto il reddito disponibile. Con un reddito pro capite annuo di circa 23000 euro, quasi il doppio di quello mediamente percepito negli altri Comuni della provincia, il capoluogo presenta, quindi, le contraddizioni e le disparità distributive più vistose, ivi comprese quelle della povertà. Desta non poche preoccupazioni la rilevazione del reddito pro capite annuo nel comune di Gallo Matese pari a circa 10000 euro e un indice di concentrazione ancora più alto di quello riscontrato a Caserta, pari a circa 0,43. E’ sempre alto il succitato indice di squilibrio distributivo del reddito a Roccamonfina, dove il reddito pro capite annuo è di circa 13000 euro, iniquamente ripartito fra poche persone abbienti e molte persone che vivono modestamente. Ma lo sbilanciamento più acuto e insidioso fra ricchi e poveri si registra invece nel comune di Baia e Latina, dove il succitato indice di Gini, riferibile alla disuguaglianza nella distribuzione reddituale sfiora addirittura lo 0,50. Questo coefficinte  elevatissimo è sinonimo di un dislivello economico estremamente marcato, tenuto conto che nel comune di Baia e Latina si percepiscono mediamente meno 1000 euro al mese. Insomma, sebbene la città di Caserta presenti un più notevole benessere apparente, le contraddizioni fra persone facoltose e individui disagiati emergono spaventosamente e denotano un lampante squilibrio sociale in evidente peggioramento nell’Alto Casertano. Colpa anche di politiche economiche comunitarie maldestre e fallimentari, prive di  qualunque apprezzabile riverbero sull’indotto del territorio. Soffre in special modo quello matesino, le cui vocazioni originarie per nulla valorizzate sono state fuorviate e mistificate dall’opportunismo.

Olio Biologico Casertano, un Primato Mondiale culturale ed economico

Si chiama “Etichetta Blu”, la varietà di olio biologico prodotto dall’ultracentenaria azienda “Monte della Torre “ di Francolise più buono del mondo. Il verdetto del concorso per i migliori oli extravergini ecocompatibili issa la provincia di Caserta sul podio della 19sima edizione della kermesse internazionale “Biol 2014” tenutasi ad Andria poche settimane or sono. Con orgoglio e fierezza senza eguali il nettare delle olive della provincia di Caserta si impone perciò all’attenzione di una folta giuria di esperti inflessibili ed intransigenti chiamati a giudicare i 425 oli in gara provenienti da 17 paesi. Dunque Caserta sul gradino più alto di un podio tutto italiano; segue al secondo posto l’olio fiorentino “San Martino” e al terzo quello pugliese della tenuta “Arcamone”. Un buon piazzamento conseguono anche gli oli  extravergini d’oliva spagnoli, portoghesi, greci e sloveni con particolari approvazioni per il buon rapporto fra qualità intrinseca del prodotto e qualità comunicata dal “packaging”, ovvero dalla confezione dello stesso. Nonostante il caldo e la siccità, è stata una buona annata per l’olio casertano che si erge nell’olivicoltura mondiale grazie alla generosità delle colline che sovrastano il territorio di Francolise in provincia di Caserta. Il microclima e le  peculiarità del succitato distretto attribuiscono alle olive del luogo una serie di tipicità eccezionali ed elementi distintivi di rara fattura. Si tratta sicuramente di una soddisfazione impagabile per la nostra provincia perché testimonia la bontà delle risorse e dell’impegno profuso coraggiosamente per riscattare il Lavoro di una Terra in ginocchio che vuole rialzarsi ad ogni costo. Anche il trionfo dei vini casertani alla Fiera di Verona si configura come uno strenuo ed encomiabile tentativo di riscatto che echeggia mirabilmente con il suddetto primato oleario mentre rivendica la dignità di una Terra che non vuole rimanere esclusa e a gran voce si rifiuta di essere esautorata dalla decadenza amministrativa. Le eccellenze dell’economia nostrana, unitamente all’amenità dei luoghi che il nostro territorio sa ancora offrire generosamente nonostante tutto dovrebbero costituire messaggi di fiducia e di sprone da celebrare  e stillare in libri ed eventi culturali. Purtroppo sacerdoti e sedicenti intellettuali locali sono spesso soliti crogiolarsi e soggiacere alle lusinghe dell’autoreferenzialità e dell’esaltazione di politicanti e vescovi che hanno fatto oramai il loro tempo senza che i libri a loro dedicati possano in qualche modo costituire fondamenti edificanti per il nostro tempo, la nostra terra e la nostra gente erosa da clientele e disinformazione. 

Vinitaly premia i vini casertani alla Fiera di Verona

 

C’è stato un gran fermento al Padiglione B della Fiera di Verona dedicato ai vini della Campania nell’ultima settimana. Sembra proprio che il trend dei vini della provincia di Caserta sia in netta ascesa con il beneplacito di Associazioni di settore e Camera di Commercio di Caserta. La rutilante e internazionale vetrina veronese ha schiuso un panorama di qualità ed eccellenze vitivinicole in tutto il territorio di Terra di Lavoro, lasciando intravedere unità e caratterizzazione geografica. Superate le polemiche sulle piaghe che affliggono il nostro territorio, è emerso un bacino di opportunità di sviluppo economico che non va trascurato per l’importanza dell’indotto economico correlato all’enogastronomia locale. Lo stand di Agrisviluppo ha messo in evidenza con eventi dedicati, degustazioni guidate e seminari una ricca serie di vini a marchio DOC, IGT e DOP targati Caserta, di cui si parlerà a lungo in tutta la penisola. La new entry del Casavecchia di Pontelatone ha suscitato non poche suggestioni commentate con dovizia di particolari da giornalisti esperti del settore come Daniele Cernilli e Monica Cosuccia,  i quali hanno saputo trascinare i visitatori in un viaggio senza tempo sotteso alle tradizioni locali. Il laboratorio di approfondimento denominato “Enjoy Caserta” ha svelato particolari di speciale interesse enologico per quanto concerne il vino DOP di Aversa e il Galluccio DOP di Roccamonfina, raccogliendo crediti e preferenze oltremisura registrati anche su Twitter. La prestigiosa chermesse veronese ha mostrato al pubblico dei visitatori e degli esperti accorsi da tutta Europa gli sforzi sinergici e cooperativi profusi dai viticoltori uniti del Pallagrello, inducendo non poche riflessioni sulle occasioni di marketing territoriale offerte dall’enologia casertana. Senza contare la novità aggiuntiva apportata con orgoglio dai viticoltori locali alla Fiera di Verona, rappresentata dalla folta schiera di spumanti e liquori che Terra di Lavoro ha saputo imporre all’attenzione di una folta platea di curiosi letteralmente rapiti dall’originalità dei sapori proposti. Insomma l’enologia e l’enogastronomia del territorio casertano hanno tutte le carte in regola per attivare un innovativo volano di crescita locale che, sebbene sottostimato dalle disorientate istituzioni cittadine, va assolutamente incentivato con iniziative congiunte ad hoc, approfondimenti e sgravi fiscali. E’indispensabile promuovere in tutti i modi le viti casertane, considerato che Terra di Lavoro conta oltre 60 aziende imbottigliatrici e oltre 260000 ettolitri di vino  l’anno. Non è poco!

Buoni Sconto, boom in provincia di Caserta: ecco le premesse per le Monete Locali

Il Toreke, moneta locale belga
Il Toreke, moneta locale belga

Da alcuni anni la provincia di Caserta e quella di Napoli si distinguono per fenomeni economici ben più edificanti di quelli catastrofici che siamo normalmente abituati ad apprendere dai notiziari e riguardano l’incremento esponenziale dell’uso di coupon e buoni sconto per l’acquisizione di beni e servizi di ogni tipologia. Su internet, giornali e riviste abbondano difatti le opportunità di fare affari d’oro aggiudicandosi utili tagliandi, materiali e virtuali, che consentono ai consumatori il libero accesso a prodotti vari a prezzi convenienti o addirittura stracciati. Forbici alla mano dunque e “occhio vivo” come diceva il commissario Manara, l’occasione potrebbe nascondersi in un riquadro del web o al margine di una pagina di un inserto. I coupon innescano complessi meccanismi induttivi che avvicinano gli esercenti ai consumatori e ne promuovono le offerte, incentivando la fidelizzazione, l’espansione pubblicitaria, le economie di scala, il miglioramento del rapporto qualità/prezzo dei beni e le esternalità positive connesse all’imposizione del marchio e della ditta nell’immaginario collettivo. Dalla cena a lume di candela a base di carne o pesce al biglietto aereo, dalla visita odontoiatrica con annessa pulizia dei denti al lavaggio dell’auto sino al weekend in hotel con formula all inclusive; il novero delle prospettive a disposizione della clientela è vasto e assortito come del resto quello a favore delle piccole imprese che le offrono attraverso la reclame. Il segreto del successo della pletora di accessi alle promozioni succitate risiede nella lungimiranza dei piccoli imprenditori effettivamente disposti ad iscriversi a circuiti commerciali e reti informatizzate in grado di attribuire reale e consolidata visibilità ad un esercizio commerciale in cambio di un piccolo sacrificio. Non si tratta di blanda pubblicità fine a se stessa, non di rado sterile e improduttiva sul web come sulla carta. Si fa riferimento piuttosto ad un programma articolato e strutturato fondato sulla condivisione e sulla mutualità che spiana l’iter della crescita degli affari nel medio e lungo periodo, implicando spesso benefici ulteriori come la liquidità degli incassi e l’avvicinamento della domanda all’offerta. I succitati elementi di condivisione, mutualità e concordata rete di accordi sono altresì alla base di innovazioni finanziarie promosse da istituzioni e consorzi già da alcuni anni con mirabile successo in Sardegna, America, Paesi Bassi, Francia, Austria, Germania, Australia e Giappone. Tali  novità  vengono denominate in maniera quasi provocatoria ma del tutto appropriata e puntuale “Monete Locali”. Non si tratta di una farneticazione antieuropeista come sprovveduti ed ignoranti hanno provato inutilmente a denunciare, rilevandone a torto e senza cognizione di causa la presunta incompatibilità con la moneta unica e la stabilità del potere di acquisto. Si tratta invece di pure intese multilaterali in ragione delle quali esercenti di vario rango ed ordine, imprese appartenenti ad un circuito territoriale integrato ed istituzioni locali come i comuni possono profittevolmente scambiare tra loro disponibilità materiali ed immateriali, beni e servizi, la cui fruizione avvia un meccanismo moltiplicativo virtuoso imperniato sullo stimolo dei consumi e delle vendite. Nel mondo ci sono oltre 5000 monete locali che si integrano perfettamente con le valute nazionali, incoraggiando la cooperazione, la socialità e i consumi sostenibili. In Belgio ci sono addirittura due forme di pagamento ampiamente diffuse complementari all’Euro ascrivibili a monete locali: il Toreke e la Minuto. L’origine delle monete locali in Italia va ricercata negli anni 70, allorquando le banche emisero mini assegni circolari per far fronte alle difficoltà di negozianti ed esercenti in ordine all’esigenza di corrispondere il resto al cliente. L’idea nacque dal bisogno manifestato dalle associazioni dei commercianti, che fecero pressione sulle banche perché, vista la grave carenza di spiccioli, dare il resto era diventato un incubo. In quel periodo si usava di tutto, dalle caramelle alle penne, dai francobolli ai gettoni. Così le banche iniziarono ad emettere assegni circolari di 100 lire, cinquanta, ecc. Dunque moneta informale in linea con quella virtuale di bancomat e carte di credito alla quale il sistema capitalistico però ci ha abituati da decenni al dissacrante scopo  dell’asservimento finanziario. Per avere un’idea approssimativa dei punti di forza connessi alle monete locali basterebbe pensare, ad esempio, che ditte e cittadini impegnati in lavori pubblici potrebbero essere compensati in monete locali da spendere per servizi urbani di cui necessitano come la concessione in affitto di un terreno pubblico per realizzare un orto od un’attività economica, l’acquisto di un abbonamento al trasporto urbano, buoni pasto, biglietti del cinema e consumazioni in bar e locali aderenti al circuito. In questo contesto  così ampiamente variegato nel suo interno, si potrebbe agevolmente mettere in gioco tutto quanto è nelle facoltà e nelle conoscenze di un individuo: dalle lezioni private ai lavori di manutenzione domestica, dal commercio di abbigliamento ai servizi contabili ed informatici. In città belghe con un numero di abitanti non superiore a quello della città di Caserta, orientamenti basati sullo sviluppo di intese e monete locali hanno incentivato e continuano ancora oggi a stimolare la crescita e la rimessa in gioco degli scambi nelle comunità locali, valorizzando perciò luoghi, cultura, agricoltura e artigianato locale. Le Monete Locali finiscono inevitabilmente col conferire maggiore slancio alle economie locali depresse dai fenomeni globali come la grande distribuzione, tangibile dignità e nuova linfa alle differenti attività del territorio. Gli amministratori locali belgi però, a dispetto dei nostri che dell’economia conoscono solo gli aspetti più turpi ed aberranti del proprio tornaconto, sono poco avvezzi a volgari forme di avidità egocentrica e, soprattutto, a qualunque forma di appropriazione di risorse pubbliche. La crescita è quindi una questione di etica oltre che di cultura.

Burocrazia, il veleno del nostro patrimonio culturale

Secondo due insigni economisti, James Buchanan e Geoffrey Brennan lo Stato incamera un plusvalore in termini valutari risultante dalla differenza fra il rastrellamento di risorse operato attraverso la pressione fiscale e il minimo quantitativo di spesa pubblica necessaria al consolidamento dei consensi popolari attribuiti ai partiti che la predispongono ad uso e consumo di elite e oligarchie. Il collante di questa perversa dinamica che esula vistosamente dal bene comune che la politica statale e territoriale dovrebbe tutelare senza compromessi nè riserve, è sicuramente la burocrazia, rozza incrostazione disabilitante di cui il nostro paese vanta il primato europeo. In Campania, a Caserta e in modo leggermente meno marcato ma pur sempre invasivo e destabilizzante nel resto dell’Italia, la burocrazia miete vittime martirizzate e immolate quotidianamente allo strapotere delle istituzioni locali e centrali. Nel Bel Paese, difatti, bivaccano con le rimesse dei contribuenti oltre 3130 enti inutili che producono fatturati astronomici per oltre 7 miliardi di euro l’anno, dei quali oltre il 3% viene comodamente distribuito ai membri dei loro consigli di amministrazione e ai rispettivi familiari mediante artifici contabili, clientele e soluzioni nepotistiche. In questi scenari a dir poco apocalittici gli enti inutili succitati si configurano come occulti tentativi di nazionalizzazione rivolti all’acquisizione coattiva di vaste aree d’affari e moltitudini di risorse attraverso l’apparente profilo giuridico della burocrazia, non di rado fuso amabilmente con le operazioni amministrative e la sempre più politicizzata attività della Sopraintendenza ai Beni Culturali di varie città. Enti inutili che forse sarebbe giusto definire astratti come quadri ossianici a tinte fosche sono, ad esempio, l’ente lombardo per “gli studi africani”, l’ente per la “protezione della gondola” e l’ente per la “protezione del cavallo”; in Italia meridionale la nomenclatura di questi fatui istituti è anche più intrigante e bizzarra.  Si tratta di artifici studiati con certosina pazienza e mirabile intuito, armonicamente integrati con le casse degli enti locali, i fondi strutturali, il federalismo, i versamenti degli ignari contribuenti dissanguati e le speciose e a dire poco ambigue gestioni operative dei vari uffici della Sopraintendenza dei Beni Culturali, in accordo con ministri e dicasteri. Grazie a questi straordinari strumenti di accumulazione e concentrazione della ricchezza alimentati da meccanismi ibridi e aleatori funzionanti grazie ad apporti variabili di norme contorte e burocrazia, si dirottano senza problemi di sorta masse di danaro pubblico sottratte alla cura del nostro patrimonio culturale e architettonico verso interessi particolari. Non sarà un caso che Pompei con la ricchezza dei suoi reperti che bastano da soli, più di milioni di testi e supporti didattici ad insegnare al mondo intero la storia, si sgretoli e si deteriori sistematicamente sino ad annichilirsi drammaticamente nel suo squallore. A onor del vero squallore e degrado dominano com’è noto anche la Reggia di Caserta, asservita com’è agli intenti di speculatori e lestofanti col placet delle istituzioni da sempre accomodanti che deviano risorse, interventi e mezzi ovunque si trovino attività di marketing, di parcellizzazione del potere finanziario e politico da supportare vigorosamente. Per quanto concerne quest’ultimo poi, va sottolineato che l’amministrazione comunale casertana foraggia da sempre attività e progetti che, lungi anni luce dalla valorizzazione delle risorse locali, hanno come unico scopo il presidio di rendite di posizione e finanziarie di una classe politica  sempre più inetta e latitante la quale, per non fare sfigurare la città al cospetto gravemente compromesso del complesso architettonico vanvitelliano, la inonda di desolazione, sporcizia e onerosa burocrazia in ogni dove (quando si dice “coerenza politica”). Lo sa bene il primo cittadino di Caserta e i suoi aficionados passacarte che in rete osannano quotidianamente risultati destituiti di qualunque credibilità e fondatezza. Della burocrazia dilagante onnivora e distruttiva in Campania come in Italia hanno approfittato gli americani che dal secondo dopoguerra ad oggi hanno sempre fatto della perspicacia e della vivacità fonti inesauribili di ricchezza, ricreando fedelmente i lineamenti della antica città di Pompei in un enorme parco ricreativo che, grazie a questa opportunità offerta in chiave più ludica che culturale, attrae investimenti e turisti in eccezionali quantità. Speriamo solo di non doverci recare un giorno negli Usa anche per rivivere fasti e splendori del Palazzo Reale di Caserta e di non doverci affidare ad un parco ricreativo per sburocratizzare e celebrare la nostra storia e i nostri sontuosi monumenti.

 

LE VITI, UNA RISORSA VITALE PER L'ECONOMIA LOCALE

Nonostante la caduta verticale della credibilità istituzionale nazionale e locale, la Campania può azzardare ancora una sfumatura di prudente ottimismo considerando il famoso “bicchiere” mezzo pieno e non mezzo vuoto. Pieno sicuramente di vino, il buon vino campano dai sapori sontuosi, caldi e ammalianti apprezzati in Nord America e nel Sud Est asiatico. Unitamente ai paesi dell'Unione europea, queste sono le zone dove la Campania del vino buono e speziato vanta consistenti incrementi di commesse sia da parte dei privati che dei ristoratori. E‘quanto emerge dal sesto Censimento generale dell'Agricoltura, realizzato dall'Istat con la partecipazione della Regione Campania e, in special modo, dell'Assessorato all'Agricoltura. Quello che si evidenzia con maggiore chiarezza è il mutamento sistematico della struttura aziendale agricola e vitivinicola in uno scenario che predilige maggiormente la partecipazione femminile e giovanile alle attività agricole connesse dirette e indirette, a livello imprenditoriale, manageriale e operativo. L’esportazione è sicuramente il punto di forza della viticoltura campana, tant’è che le vendite estere sono raddoppiate in 5 anni, passando dai 15,6 milioni di euro del 2006 agli oltre 30 milioni del 2011, con un'incidenza sulle esportazioni italiane dello 0,7%. Nel 2012 inoltre, la Campania ha esportato vino per un valore di 23,7 milioni di euro, facendo registrare un incremento del 13% rispetto all’anno precedente. Un dato non indifferente che conferisce notorietà e pregio ai vini campani in tutta Italia. Un primato che spetta alle quasi 200 aziende vitivinicole campane che hanno saputo imporre alla nazione e al mondo intero la vinificazione non solo come una realtà produttiva in dinamica espansione, ma più squisitamente come un’arte elitaria degna di premi e riconoscimenti prestigiosi. Le aziende vitivinicole campane si pongono quindi al centro dell’attenzione economica non solo per i vini più blasonati ed esclusivi, ma anche per il nettare degli Dei proveniente dalle uve per così dire “minori” del casertano che si lasciano apprezzare per i loro sapori entusiasmanti, giovani e vivaci. Difatti sono quasi 11000 gli ettari di terreno pertinenti alla provincia di Caserta che ospitano la coltivazione delle viti e, nonostante la crisi non abbia risparmiato neppure questo settore in evidente espansione, le viti vengono sfruttate con apprezzabile soddisfazione in 521 dei 551 comuni campani: un successo globale. L’aspetto più interessante delle colture vitivinicole è rappresentato sicuramente dalle sinergie che esse sono in grado di attivare per valorizzare ulteriori tipologie produttive, in qualche modo collegate al vino e al settore agroalimentare, altrettanto distinte per il loro carattere esclusivo e genuino. Olio, prodotti lattiero caseari e ortofrutticoli rappresentano del resto veri e propri punti di forza della microeconomia dei territori d’altura che circondano la città di Caserta e il suo borgo medievale pregni di prospettive non ancora esplorate, anche a causa della insensibilità cronica delle istituzioni locali. Occorrerà fare appello alla solerzia di allevatori e produttori locali piuttosto che all’algida insensibilità del primo cittadino casertano e di quasi tutte le istituzioni locali per diffonderne e celebrarne potenzialità, contenuti e aspetti innovativi, ricorrendo magari a formule consortili e di merchandising da promuovere e implementare via web, in associazione a promozioni turistiche, enogastronomiche e ricettive più duttili e accessibili, in linea con gli obiettivi di rilancio del territorio e del suo patrimonio storico culturale.